I primi compiti a casa del Pdl
Quando il presidente del Consiglio Mario Monti tornerà a Roma – una volta concluso il suo tour europeo che ieri ha fatto tappa in Finlandia e che oggi toccherà la Spagna – potrebbe trovare di fronte a sé partiti politici ben più agguerriti, anche sul fronte finora considerato “riserva” dei tecnici, ovvero la politica economica per fronteggiare la crisi dell’euro. Ieri infatti, in una conferenza stampa, il segretario del Pdl Angelino Alfano ha annunciato una sorta di “manifesto” economico, da presentare allo stesso Monti, fondato su abbattimento del debito pubblico e contestuale riduzione della pressione fiscale. Leggi L’imbroglio siciliano, le date volanti e altri giochini di Salvatore Merlo

Quando il presidente del Consiglio Mario Monti tornerà a Roma – una volta concluso il suo tour europeo che ieri ha fatto tappa in Finlandia e che oggi toccherà la Spagna – potrebbe trovare di fronte a sé partiti politici ben più agguerriti, anche sul fronte finora considerato “riserva” dei tecnici, ovvero la politica economica per fronteggiare la crisi dell’euro. Ieri infatti, in una conferenza stampa, il segretario del Pdl Angelino Alfano ha annunciato una sorta di “manifesto” economico, da presentare allo stesso Monti, fondato su abbattimento del debito pubblico e contestuale riduzione della pressione fiscale. Dietro la svolta – anche questa è la novità – c’è il lavorìo di alcuni economisti senza partito, “tecnici” insomma: Giuseppe Bivona, Francesco Forte, Rainer Masera e Paolo Savona tra gli altri.
Il documento, una quindicina di pagine che la settimana scorsa sono state visionate anche da Silvio Berlusconi, non ha toni anti-montiani, ma chiede segnali di discontinuità: “In questa situazione conviene cambiare strategia – si legge in una delle ultime bozze – affrontando il punto di debolezza della situazione in Italia: l’elevato e ancora crescente rapporto fra debito e pil. E, di conseguenza, cambiare politica economica”. Il “riposizionamento strategico per guadagnare competitività sui mercati (riforme strutturali)” è utile, così come “la riduzione dei costi di gestione e di efficientamento della spesa (spending review)”; ora però c’è un terzo dossier che è necessario aprire, quello dell’“abbattimento del debito”. Proprio su questa premessa si è trovata una notevole sintonia con molti economisti extra-Pdl: lo spread tra Btp e Bund non scende per colpa dell’indecisionismo europeo, anzi potrebbe aumentare nel caso di un intervento della Banca centrale europea meno robusto del previsto, perciò l’Italia deve fare un po’ (anzi molto) da sé.
Così un mese fa, dopo due seminari distinti (uno anche alla Farnesina) dal quale continuavano a emergere proposte abbatti-debito, l’ex ministro Renato Brunetta e l’attuale capogruppo Fabrizio Cicchitto hanno pensato di tirare le fila di questo “brain trust”. Alcuni degli economisti che hanno partecipato alle successive riunioni, svoltesi anche in Parlamento, precisano di aver avanzato le stesse proposte agli esponenti di tutto l’arco politico. Ma rispetto al taglia-debito da attuare con cessioni e privatizzazioni, se si esclude un interesse dell’Udc (più vicino però alle proposte di Salerno Aletta e Monorchio), il Pd pare sordo: Pier Luigi Bersani, infatti, insiste sulla via dell’imposta patrimoniale. Una via che ieri Alfano ha escluso, vista la già elevata pressione fiscale, e che vede critico anche Masera, dal 1975 al 1988 direttore centrale della Banca d’Italia e poi nel 1995-96 ministro tecnico del Bilancio con Dini: “La ricchezza privata delle famiglie è alta, è vero, e i mercati la considerano come uno dei fattori rilevanti quando valutano il rischio paese. Ci conviene scalfirla pesantemente?”.
Sostiene il Pdl che nel giro di cinque anni il rapporto debito/pil – oggi oltre il 120 per cento – va riportato sotto il 100 per cento: 400 miliardi di euro da ricavare con vendita di beni pubblici (100 miliardi), costituzione e cessione di società per le concessioni demaniali (40-50), tassazione ordinaria delle attività finanziarie detenute in Svizzera (23-35), e con operazioni di “riduzione strutturale” (215-235). E’ soprattutto su quest’ultimo punto che, anche per “evitare il rischio svendita” temuto da Alfano, si sono esercitati Savona e gli altri. L’ipotesi è articolata, ma in sintesi si tratta di individuare beni patrimoniali e diritti dello stato e venderli a una società di diritto privato partecipata principalmente da banche, assicurazioni, fondazioni bancarie. A sua volta questa società – che procederà alla valorizzazione degli asset – emetterà obbligazioni garantite da beni e diritti, della durata di 5/10 anni e con una opzione (warrant) negoziabile separatamente dal titolo obbligazionario. (Le obbligazioni, essendo emesse da un soggetto privato, non peseranno sul debito pubblico). Lo stato, con il corrispettivo incassato, ridurrà il debito. All’interno di questa strategia si prevede anche la dismissione del patrimonio pubblico come trasferimento diretto ai detentori di titoli del debito pubblico. Oltre all’aggressione allo stock, si pensa infine – per alleviare il peso del servizio sul debito – a uno scambio tra debito finanziario (Btp, con i rendimenti elevati di oggi) e titoli garantiti da una realtà immobiliare o da una partecipazione statale. Una parte di questi risparmi, secondo Alfano, dovrebbe servire a ridurre la pressione fiscale dal 45 per cento del pil attuale al 40 per cento nel 2015. Ma su quest’ultimo punto, a dire il vero, i “nuovi tecnici” non nascondono dubbi di fattibilità e opportunità.
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